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Una finestra sul lago
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Dal rosa al giallo
5 aprile 2008

Il dottor Pezzi, ispettore del Commissariato di via Cadamosto, a Milano, si trovò a dover risolvere un caso complicato.
Era stato trovato un uomo accoltellato in una stanza sprangata dall’interno e situata all’ultimo piano, il quarto, di una palazzina di via Lulli, praticamente inaccessibile dall’esterno.
Era il classico delitto della stanza chiusa e, pensava, doveva capitare proprio a lui una cosa così in agosto, nella città vuota e con un caldo che avrebbe ammazzato un cammello.
Fumava nervosamente, analizzando quel delitto senza apparenti cause, avvenuto in un quartiere tranquillo, in cui gli abitanti denunciavano, al più, furti d’appartamento.
Delitti non ne avvenivano in zona da molti anni, perché la gente che vi abitava, evidentemente, non aveva carattere violento.
Ricordava casi di spaccio di droga, qualche denuncia contro prostitute con clienti rumorosi e in tempi più recenti una serie di lettere anonime per lavori edilizi abusivi all’interno di un palazzo, proprio in via Lulli. Le lettere, però, non indicavano il numero civico e sembravano scatenate dal baccano fastidioso più che dall’amore alla correttezza architettonica.
Le indagini che ne erano seguite non avevano dato prova di nulla in particolare e il caso era stato alla fine archiviato.
Il commissario passeggiava così nel suo ufficio, in quel pomeriggio assolato, guardando ogni tanto il piazzale antistante la chiesa di Santa Francesca Romana dove i piccioni beccavano gli ultimi chicchi di riso rimasti dal lancio augurale seguito al matrimonio della mattinata, avvenimento insolito per quel mese dell’anno in una Milano semideserta in cui la maggior parte dei suoi abitanti si rinfrescava al mare o in montagna.
Passeggiava e ricapitolava le notizie in suo possesso riguardanti il morto, che era la classica persona perbene.
Si chiamava Piero Boschetti, cinquantenne, ingegnere chimico, titolare della Fireball, una ditta di Vimodrone produttrice di palle da tennis.
Era nato a Parma e abitava in via Lulli n° 11 da dieci anni, scapolo, riservato e, a quanto sembrava, senza neanche un’amante.
Perché ammazzarlo così?
Quindici giorni prima, gli agenti Corelli e Di Giorgio, rispondendo alla chiamata del 113, erano arrivati sul luogo del delitto e, dopo aver interpretato il racconto confuso della portinaia-domestica-tuttofare Maria Rivelli, avevano subito chiamato il commissariato e riferito a lui in persona l’accaduto.
La Rivelli, custode dello stabile al mattino, durante il resto della giornata, nell’arco della settimana svolgeva il ruolo di collaboratrice familiare tra i pochi condòmini, quattro, uno per ogni piano del palazzo, rimpinguando in tal modo le sue modeste finanze provenienti dalle pulizie condominiali e dalla distribuzione della posta.
Quel venerdì mattina, alle otto, ritirata la corrispondenza da Pino, il postino di quartiere, aveva provveduto a disporla nelle caselle degli inquilini, ma aveva trattenuto quella dell’ingegnere per consegnargliela alle otto e mezza, quando sarebbe passato davanti alla guardiola, l’avrebbe salutata dicendo: “Buon giorno, Maria” e sarebbe andato in ufficio a bordo della sua automobile, una Smart di colore giallo canarino che aveva acquistato da poco tempo, sostituendo l’ Ypsilon rosa del tutto fuori luogo per quel tipo maschio che l’ingegnere sembrava.
“Era una persona puntuale e abitudinaria” , aveva dichiarato la Rivelli al Commissario, “Però…”
Quella mattina, però, alle nove e dieci l’ingegnere non si era ancora fatto vedere e Maria, preoccupata e curiosa, era salita al quinto piano, aveva suonato il campanello e bussato ripetutamente alla porta.
Dall’interno proveniva una musica soffusa, segno che l’ingegnere era in casa, ma non le apriva.
Con le sue chiavi, allora, quelle che usava quando si occupava delle pulizie dell’appartamento, aveva tentato di entrare, ma, anche se la chiave girava nella toppa, l’uscio non si apriva, come se fosse sprangato.
Temendo il peggio, dopo aver ancora suonato, bussato e ribussato, aveva chiamato il 113 chiedendo aiuto.
E gli aiuti erano giunti: prima la volante e poi il Commissario Pezzi, quindi i pompieri e infine, inutilmente, l’ambulanza.
Dopo che la porta venne aperta con fatica, perché risultò inchiodata dall’interno con due assi incrociate, il corpo senza vita dell’ingegnere fu trovato riverso sul pavimento del soggiorno con un
coltello da cucina piantato nella schiena.
Per il resto l’appartamento era in ordine, nessun segno di colluttazione, le finestre chiuse, le tapparelle calate, la luce accesa.
Era subito partita la macchina delle indagini: rilievi, analisi, autopsia, controlli sulla vita privata e professionale della vittima.
Non se ne era ricavato niente che potesse dare un’idea sul movente e sull’esecutore del delitto.
Erano passati quindici giorni da allora e nelle pagine milanesi del Corriere un articolista, forse a corto di idee, proprio quel mattino aveva lamentato lo stallo nelle indagini sulla caccia all’assassino dell’ingegnere ricordandone la figura di professionista stimato dalle maestranze e uomo geniale, perchè con la sua invenzione aveva incrementato le vendite delle palle da tennis Fireball. Queste, trattate con una particolare vernice rosa fosforescente erano visibili anche al buio e particolarmente apprezzate dagli sportivi ecologisti nostrani e stranieri che potevano giocare di sera, al chiaro di luna, sui campi all’aperto senza illuminazione a giorno, cosa altrimenti indispensabile.
In quel caldo pomeriggio d’agosto, quelle palle fosforescenti rimbalzavano nei pensieri neri del Commissario, perché gli ricordavano qualcosa.
Palle, palle, palle.
Palle fosforescenti.
Palle fosforescenti rosa.
ROSA!!!
Rosa era anche il nome della professoressa Marchetti, l’inquilina del terzo piano.
Il Commissario rilesse per l’ennesima volta le notizie raccolte che la riguardavano: quarantenne, insegnante di educazione fisica, dedita al lavoro, ordinatissima, troppo sola per la donna bella e intelligente che era.
“Certo, conoscevo l’ingegnere”, aveva dichiarato, “Era un caro amico e giocavo a tennis con lui tutti i venerdì sera”.
E se anche l’avesse ucciso lei - e avrebbe potuto farlo, pensava il Commissario, perché era una donna forte e sana - come era uscita dall’appartamento chiuso e sigillato del quarto piano?
Si accese una sigaretta, mentre il pensiero tornava ad un altro particolare che lo aveva colpito sfogliando i documenti ritrovati in casa della vittima: la fattura per l’acquisto di un ascensore.
Se la cosa avesse riguardato la Fireball, perché quel documento contabile si trovava tra le carte personali del Boschetti? E se l’ingegnere si fosse fatto istallare un ascensore - ma per andare dove?- senza permessi comunali, in barba alle leggi vigenti?
Decise un altro immediato sopralluogo, facendosi accompagnare dall’agente Parigi, lo stesso che a suo tempo si era occupato delle indagini sulle lettere anonime per l’eventuale abuso edilizio.
Percorrendo corso Buenos Aires, piazzale Loreto e via Costa senza incontrare il traffico abituale della metropoli milanese tipico degli altri mesi dell’anno, arrivarono in un lampo in via Lulli.
Giunti nell’appartamento, ispezionò con cura l’abitazione alla ricerca di quell’indizio che gli avrebbe suggerito la soluzione dell’enigma.
Mentre si aggirava nell’appartamento, chiuso da giorni e maleodorante di aria calda e stantia, la sua attenzione fu attratta dalla domanda dell’agente che chiedeva: “Commissario, ma cosa se ne faceva la vittima di tutti questi telecomandi?”
“Cosa stai dicendo, Parigi?”
“Ma sì, uno nero per lo stereo, uno grigio per la televisione, uno bianco per le tapparelle, uno blu per le luci….ma questo rosa a che serve?” chiese, cominciando ad azionarlo.
Il Commissario non fece in tempo a dire: “Fammi vedere”, che la libreria del soggiorno iniziò silenziosamente a scorrere, lasciando a vista la porta di un ascensore che aveva sulla pulsantiera solo due tasti, uno azzurro e uno rosa.
Il Commissario e l’Agente sparirono al suo interno per ritrovarsi poco dopo nel soggiorno della signorina Marchetti che, seduta sul divano, alla loro vista si alzò spaventata.
Guardava fisso l’oggetto rosa nelle mani del dottor Pezzi.
Non provò neanche a negare.
“Mi avete trovata….
L’ho ucciso io, non mi amava più. E’ stato un grande amore, tutto nostro e nessuno ne sapeva niente. Ma l’amore è finito e voleva lasciarmi. Me lo ha detto così, alla fine di una cena in casa sua per festeggiare il terzo anniversario dell’inizio del nostro amore.
Cioè del mio amore, un grande amore, ma non era così anche per lui…
Pensi, Commissario,…festeggiare un anniversario per dirmi basta, è finita.
Anche le sue maledette palle da tennis non sarebbero più state rosa, colore che aveva scelto in mio onore, ma gialle, perché si era innamorato della sua nuova segretaria, una cinese di vent’anni arrivata in Italia per uno stage che doveva avviare il commercio con la Cina…
Voleva addirittura andarsene in Cina…
Finito di mangiare, ho riordinato e poi l’ho raggiunto in soggiorno. Stava parlando al telefono. Sottovoce. Con lei.
Non ci ho visto più, mi è parsa una vigliaccata. Sono tornata in cucina, ho preso il coltello e l’ho ucciso.
Sono stata attenta a tutto, ho anche inchiodato le assi per rendere la cosa più misteriosa, ma mi sono dimenticata del telecomando. Che sciocca…”
La signorina Marchetti si lasciò arrestare senza opporre resistenza e quella sera il Commissario, rigirandosi nel letto, mentre raccontava la storia alla moglie Concettina, concluse dicendo: ” E’ proprio vero, le donne ti cambiano la vita e il povero Boschetti, dovunque si trovi ora, ne sa qualcosa…”