Racconti
Il risotto alla milanese
10 giugno 2008
Quando le mancava, pensava al risotto.
Giallo, alla milanese, come piaceva a lui e come piaceva a suo figlio.
Lei non lo amava in modo particolare, ma, più semplicemente, non amava cucinare e si metteva ai fornelli con lo spirito del dovere più che con quello del piacere.
La infastidivano, ascoltando la televisione o la radio, quei programmi in cui erano onnipresenti il cuoco e la ricetta pronta, come se le persone normali non facessero altro che passare il proprio tempo in cucina o pensassero sempre a mangiare.
E poi c’erano i tormentoni delle diete.
“Non mangiate”, pensava, “Se non mangiate, non ingrassate e se non ingrassate non dovrete fare la dieta”.
Non ci voleva uno Sherlock Holmes per capirlo, eppure era un’idea così semplice che si meravigliava che nessun Solone televisivo si rompesse le meningi a spiegarlo alla gente normale. Tra sé pensava che, anzicchè illustrare manicaretti e dolci, sarebbe stato più istruttivo un documentario o uno spettacolo teatrale o qualsiasi altra cosa che non puntasse sempre al cibo con la scusa di insegnare la cucina perfetta.
Del resto era una donna pratica.
Aveva sempre lavorato e aveva dovuto far conciliare i suoi impegni con quelli della famiglia.
Si era abituata all’idea che mangiare servisse per vivere e non il contrario.
La sua infanzia era stata tranquilla e modesta, poichè i suoi genitori erano stati gente semplice che aveva visto le due guerre e avevano imparato a vivere accontentandosi di poco. Non erano avari, ma davano alle cose il loro giusto valore e così avevano allevato lei e i suoi tre fratelli con un buon senso del risparmio e nel rispetto del valore delle cose.
E del cibo.
Cresciuta, non riusciva ad accettare l’idea dello spreco.
Soprattutto del cibo.
Ecco perché le era rimasta la frugalità come idea fondamentale nel preparare i pasti per sé e per i suoi familiari.
Gli anni della sua vita erano poi trascorsi tra lo studio, il lavoro, l’amore per il suo Carlo che se ne era andato presto lasciandole un figlio piccolo da allevare, Giulio, che era stato la sua vita, il suo impegno, la sua soddisfazione di donna sola che deve sempre inseguire il domani.
Ora che il figlio non aveva più bisogno di lei, perché aveva una sua vita e una sua famiglia, sebbene il legame tra loro fosse sempre forte, aveva la convinzione di poter riposare e di poter fermarsi a pensare e così sentiva dentro quella nostalgia degli anni che erano stati e che non avevano potuto esserlo a lungo.
Non si era mai innamorata di un altro uomo e Carlo, o l’idea più bella di lui, dopo tanti anni le mancava.
Era allora, quando il ricordo si faceva struggente che andava in cucina, affettava sottilmente una cipollina, la faceva indorare nel burro, vi aggiungeva mezzo bicchiere di riso che faceva imbiondire tostandolo, quindi aggiungeva il vino bianco, il brodo e rigirandolo con delicatezza lo portava a cottura.
Un attimo prima della fine aggiungeva lo zafferano, una noce di burro, una cucchiaiata di grana e lasciava che tutto mantecasse.
Preparava con altrettanta cura la tavola, si serviva e mangiava il suo risotto giallo che le veniva sempre buono, come piaceva al suo Carlo che era lì vicino a lei e non se ne era mai andato e attraverso lei gustava e sorrideva.