Racconti
Una merenda buonissima
14 giugno 2008
Ugo ha quasi trent’anni ed è mio figlio.
Uno dei miei figli, quello che è convito che ami di più suo fratello e talvolta me lo dice apertis verbis, poichè tra fratelli è così e manca sempre qualcosa per sentirsi totalmente padrone del cuore della mamma, mentre la mamma stessa passa la vita a cercare di dimostrare che quella convinzione è sbagliata e fondata su niente.
Per ciò che mi riguarda, io trovo lui divertente.
Lo è sempre stato, fin da piccolino, quando cominciava a dimostrare una personalità vivacissima e allegra.
Quando ero incinta di lui, secondo l’anziano ginecologo, luminare nonché primario dell’ospedale dove va a nascere la metà dei milanesi, si trattava di un fibroma e aspettò del tempo prima di farmi il test di gravidanza.
Poi, durante la stessa, i pareri sapientoni erano i più disparati e disperati: feto mal posizionato…; parto prematuro, anzi prematurissimo…; ah… non si arriva al sesto mese!…; dal sesto in poi tutti i giorni sono buoni…; si trovi un ospedale vicino a casa: non vorrà farlo in macchina?…; forse è incompleto…, è piccolissimo…, è femmina!
Per fortuna la nostra tata, donna di grande saggezza e cuore, che mi vedeva disperata e ostinata nel continuare una gravidanza così difficile, un giorno decise di caricarmi sulla sua macchina e di portarmi nell’ospedaletto del paese vicino in cui nascevano pochi bimbi alla settimana, ma il personale era preparato, attento e sensibile.
Raccontai la mia odissea, mi visitarono, mi affidarono ad un’ostetrica dai bei capelli grigi che veniva a trovarmi tutte le settimane e che mi accompagnò, infondendomi coraggio, fino al nono mese e al giorno del parto.
Aspettavamo tutti la femminuccia, un po’ piccolina ed era pronta l’incubatrice.
Nacque il bestioncino, maschio, di quattro chili e mezzo.
Il ginecologo, lo vidi bene, lo pesò, incredulo, due volte.
Io e mio marito avevamo pronti soltanto nomi da femmina piccolina, il maschio cicciottone ci trovava impreparati, non sapevamo come chiamarlo.
Dopo due giorni fu accantonata l’idea di chiamarlo Mandrake, (”Siete matti”, diceva mio padre, “sarebbe come chiamarlo Sandokan!”), abbandonammo la magia e decidemmo di chiamarlo come il santo del primo d’aprile, Sant’Ugo.
Ed Ugo si chiama.
Forse questo senso dello scherzo e della originalità gli è rimasto nel sangue.
Di carattere allegro e tranquillo, amato da tutti, ma con caratteristiche da leader, fin dai tempi dell’asilo si segnalava per la sua capacità di convincere tutti, dai compagnetti alle anziane suore, sulla bontà delle idee balzane che gli venivano in mente.
Ricordo, infatti, di quando mia sorella con la sua famiglia viveva in Paraguay e le telefonate si rincorrevano dal di qua al di là dell’oceano.
I cuginetti si salutavano e raccontavano le loro avventure e soprattutto si raccontavano le scoperte nuove che, crescendo, facevano e le cose strane che vedevano.
Diventarono famose le storie dei poveri indios che vivevano miseramente, di una lumaca paraguayana grande come una tartaruga, e un’invasione di lombrichi italiani sotto il portico di casa dopo giorni e giorni di pioggia.
Ugo, eclettico nel rielaborare le informazioni, associò i lombrichi, vermi di terra, ributtanti a vedersi, con una notizia ripetuta a quei tempi più volte dai telegiornali, cioè di quanto nutrienti fossero i lombrichi se essiccati e ridotti in polvere e utilizzati come farina alimentare per la risoluzione della fame nel mondo, con i biscotti fatti in casa dalla sua nonna, secondo una vecchia ricetta inglese e che gli piacevano moltissimo.
Quando nel giorno del suo quarto onomastico, il 1° di aprile, portò all’asilo un vassoio di biscotti della nonna, tutti gustarono gli ottimi dolcetti, suore comprese che rimasero sconcertate quando chiesto ad Ugo di portare la ricetta, si sentirono rispondere che l’ingrediente fondamentale erano i lombrichi.
Ma io non lo sapevo…
Quel pomeriggio stesso Albertino, amico e coetaneo di Ugo, e la sua nonna Pina, suonarono al campanello di casa.
Il piccoletto aveva un’aria trionfante e un secchiello in mano.
Mia madre andò incontro agli ospiti e il bimbo le consegnò il contenitore coperto da un foglio di alluminio:
“Tieni. Preparaci, per piacere, la merenda di domani per l’asilo. I biscotti di oggi erano buonissimi!”
Poiché il nonno del bambino coltivava un vasto orto vicino a casa nostra e allevava conigli e galline, mia madre pensò che nel secchiello vi fossero uova fresche per una di quelle torte di cui va giustamente fiera.
Depositò il contenitore sul tavolo e si preparò alla confezione del dolce.
Zucchero, farina e… si accinse ad aggiungere le uova.
Rimossa la stagnola dal secchiello, un urlo lacerò l’aria.
Mi precipitai in cucina.
Mia madre non parlava più e indicava terrorizzata il contenitore.
Guardai: era colmo di lombrichi vivi che si agitavano furibondi.
Lo afferrai prontamente e lo svuotai in una delle fioriere del giardino poi soccorsi la mamma porgendole un bicchiere d’acqua per farla riprendere.
Guardai Ugo e tutto fu chiaro.
Spiegò con candore che le suore desideravano la ricetta dei biscotti della nonna e gli era sembrato giusto chiarire che la nonna usava una ricetta che veniva da molto, molto lontano, che anche ai bambini poveri piacevano molto e che erano molto nutrienti, perché fatti con farina di lombrichi e che solo la sua nonna li sapeva fare così buoni.
Mia madre mi guardava esterrefatta e ripeteva continuamente:
“Chiama le suore, fa’ presto, spiega tutto, prima che qualcuno mi denunci al telefono azzurro”.