Racconti
Iniezioni
10 settembre 2010
C’è iniezione e iniezione…
C’è quella di rigorosa memoria astronautica, quando, nei viaggi spaziali della seconda metà del secolo scorso, l’Apollo deviava dall’orbita terrestre per immettersi in traiettoria di raggiungimento della Luna.
Era la TLI, ovvero la Trans Lunar Injection e lasciava col fiato sospeso finché non seguiva il commento giornalistico che illustrava la telecronaca e tranquillizzava i nostri cuori affascinati: tutto era andato per il meglio e l’operazione era ben riuscita.
C’è poi l’iniezione, volgarmente detta “puntura”, che non ha niente a che vedere con quella da insetti (zanzare, vespe e affini) e vien praticata perlopiù sulle natiche, in caso di malattia, da personale esperto o quasi esperto o principiante.
Dipende da cosa passa il convento.
O, meglio, passava.
E’ chiaro che non mi riferisco alla pratica medica odierna in cui uno spray sostituisce uno sciroppo o un cerotto vale quanto una pillola. Penso a quando il lassativo era un cucchiaio di olio di ricino, sostituito nel tempo dalla Magnesia Bisurata e dalle compresse sciolte in acqua calda di Limonata Rogee, per finire alle zollette di Rim, che assomigliavano a gelatine di frutta e non erano niente male al gusto, come molti coetanei ricorderanno.
C’è stato un tempo in cui il ricostituente infallibile per ogni età era un bel cucchiaio di olio di fegato di merluzzo di cui sono state scritte pagine epiche sulle smorfie, sui timori e sui ricordi abominevoli suscitati dal sapore rivoltante del medicamento maledetto che tanto faceva bene e che tanto aveva tormentato l’infanzia di scrittori ormai passati a miglior vita.
Penso agli anni in cui ogni difficoltà di salute si risolveva a iniezioni, con tanto di siringa fatta sterilizzare nel bollitore apposito, con il suo ago che non era affatto indolore, con il batuffolo di cotone imbibito di alcool denaturato pronto per disinfettare la parte corporale incriminata.
In ogni famiglia c’erano donne che custodivano il segreto di come operare al meglio, col minor dolore per il paziente, con la mano più leggera possibile.
Generalmente erano le zie vedove o zitelle che diventavano le Florence Nightingale dell’iniezione, depositarie della conoscenza ravvicinata dei culetti di ogni età, visionati periodicamente, alla bisogna.
Mi ricordo personalmente di una zia Leonarda, vedova della Guerra del ‘15 – ‘18, ormai anziana e artritica che infilzava tutto il parentado quando nel periodo invernale soccombeva all’influenza, mentre lei resisteva ai bacilli come ultimo baluardo di difesa e di protezione, probabilmente immunizzata a ogni forma di infezione essendo stata tra coloro che erano sopravvissuti alla Spagnola.
Alla sua morte, nella seconda metà del secolo scorso, il testimone di esperto familiare dell’iniezione passò a mio padre, uomo disponibile, serio e compito che aveva sulle spalle una lunga esperienza militare ed era la discrezione fatta persona.
Per mia fortuna non sono mai stata un tipo deboluccio e non ho quasi mai subito iniezioni per cui ho sempre rifuggito dal rito infermieristico e dalla voglia dell’imparare come si fa.
Mia madre, invece che è curiosa di natura - anche se non lo ammetterebbe mai, anche adesso che ha superato i novant’anni – ma è anche fifona e parecchio schifiltosa, intorno ai suoi quarant’anni improvvisamente decise che era necessario che un altro in famiglia imparasse l’arte per ogni evenienza e per ogni necessità.
Sotto la guida di papà si esercitò per giorni con un cuscino su come, dove e con che intensità operare, decidendo di mettere in pratica le sue conoscenze alla prima occasione, un malaugurato colpo della strega che colpì mio padre inaspettatamente.
Agì come le era stato insegnato: siringa sterilizzata, ago infilato, medicinale aspirato, fuoriuscita di alcune gocce per eliminare l’aria, pizzicotto nell’immaginario quadrante superiore esterno, colpo deciso per inserire l’ago.
L’urlo fu impressionante.
Ma non era di mio padre che, invece, protestava:
-Smettila! Non ho sentito niente!-
Era lei, con l’ago della siringa infilzato nel pollice sinistro che gridava:
-Aiuto! Aiutami! Mi faceva senso e ho chiuso gli occhi per non vedere: mi son centrata il dito. Ti prego, vestiti! Fa’ qualcosa!-
Altri tempi, ricordi lontani che mi tornano sempre in mente quando passa la pubblicità del “Già fatto? Pic Indolor, l’ago niente male!”.