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Fratelli
3 luglio 2009

 

Ero ad una festa ieri sera.
Gente simpatica, piacevole, divertente.
Nel gruppo mi ha particolarmente interessata l’incontro con due fratelli.
Gemelli.
Ormai adulti e molto affiatati.
Eterozigoti, come hanno subito sottolineato, eppure somigliantissimi nel volto, nel fisico, nella postura e nella gestualità, nonché nella scelta di quell’abbigliamento formale tipico della buona società per un avvenimento importante.
Tant’è che quando nel corso della serata si sono divisi tra gli ospiti, riacquistando ognuno la propria individualità, ho avuto un attimo di smarrimento e mi è venuta spontanea la più che ovvia domanda che si saranno sentiti rivolgere spesso nel corso degli anni: “Ma tu, quale dei due sei?”.
Gentilissimo e sorridente, uno dei due mi ha risposto in un sussurro: “Quello senza il neo piccolissimo a sinistra sul labbro superiore”.
Ne abbiamo riso.
Di mio non sono fisionomista e non ricordo facilmente nomi e cognomi, ma non dimentico le voci che custodisco in qualche parte del cervello anche per anni. Nel caso di questi due fratelli gemelli, però, mi sarà sicuramente difficile distinguere e ricordare, perché hanno toni identici e, se intendo differenziarli, dovrò tener presente quel neo che forse aiutò anche la loro madre subito dopo la nascita.
Uno dei due, forse quello senza neo, ha precisato che tra loro si sentono infinitamente diversi anche se avvertono un legame profondo che li unisce, inspiegabilmente, al di là delle scelte di vita e professionali fatte mentre crescevano.
Mi affascina da sempre questa faccenda dei gemelli.
Ho sempre pensato che una parte di me mi sia speculare, una specie di gemella che mi sono persa da qualche parte dell’universo, nascendo.
Non so perché, e forse potrei essere un bel caso da analisi psichiatrica, ma so di non essere mai sola.
C’è una parte di me che mi è vicina e mi conforta, mi rassicura, mi sostiene, mi affianca da sempre. Una specie di sdoppiamento che mi precede nella valutazione, che mi accompagna e mi suggerisce. Non la “parte buona” di me, ma “un’altra” me, un doppio che forse avrò introitato nell’utero di mia madre come dicevano quelle vicende da realtà romanzesca che leggevo da piccola e colpivano la mia fantasia. Non so, infatti, quanti tra coloro che hanno più o meno la mia età si siano persi la notizia di una Domenica del Corriere di fine anni cinquanta su quel tale favoloso “indiano” che forse si lavava poco le orecchie e gli cresceva una pianta di prezzemolo che occhieggiava dal turbante e che il tizio, in ossequio a non so quali regole del suo credo religioso, si guardava bene dall’estirpare. Oppure quell’altra storia di quell’anziano paziente “americano” che soffriva di atroci mal di pancia e, ricoverato per cercare una cura, gli fu alla fine trovato il suo altrettanto anziano gemello, con tanto di barba e baffi, nascosto in una piega dell’intestino e da lui cannibalizzato al momento della nascita.
…Assolutamente improbabile, al di là di ogni ragionevole dubbio, ma divertente e fantasiosissimo.
 
Gemelli, dicevo…
Ma anche fratelli…
La parte biologicamente più simile e spesso così differente… 
Racconti eroici di vite condivise e tragicamente finite insieme nel prestarsi soccorso in difficoltà, contrapposti a narrazioni di odio e di dolore subito ed inferto a quell’altro così invidiato e vilipeso. In fondo la storia umana è bollata fin dall’inizio dalla barbarie di Caino che per primo sentì questo dualismo e visse una tal dannazione al confronto, da pensare che solo l’annientamento di Abele gli avrebbe dato serenità e possibilità di sopravvivenza.
Fratelli…

Ma anche sorelle…
Amiche…
Compagne, custodi di confidenze e di segreti, legate dall’affinità del sangue o dello spirito; vite simbiotiche condivise per tutta l’esistenza, anche se lontane, confortate da scritti riservati e personali affidati un tempo all’incertezza delle comunicazioni e allo scorrere lento dei mesi e degli anni o a pagine di diari che solo nell’intimità dell’affetto venivano condivisi o, oggigiorno, consegnati a modernissime lettere elettroniche che nello spazio di un attimo trasferiscono certezze, incertezze, asseverazioni di amori e di delusioni senza rimedio a chi, sola, può comprendere e condividere.
E nemiche… implacabili, competitrici, avversarie come solo le donne sanno essere. Pronte anche a combattere tra loro per contendersi l’attenzione di un essere infantile che tradisce entrambe, immaturo come un adolescente mai cresciuto e alla ricerca perenne di un ventre materno da cui non sa staccarsi e che può gloriarsi della sua supposta mascolinità profanando senza rimorsi.

Legami…
Limiti e sicurezze di ogni vita vissuta nel profondo.
Echi di identità che si completano.

E vivere, poi, così, nella certezza di essere soli, ma compresi, amati, da quella parte di noi che più ci assomiglia e che sola può contraddirci, spingendoci al confronto con un’idea differente, con una possibile diversità di valutazione e di giudizio, facendoci crescere sempre, in ogni momento e ad ogni età, col solo mostrarci la diversa sfaccettatura di quella identica cosa che è la vita.