Racconti
Dormiveglia
7 ottobre 2009
La casa era avvolta nella quiete.
Era una calda notte d’estate, una di quelle in cui il respiro tranquillo del lago abbraccia ogni cosa in una sensazione di calma e di pace assoluta.
Il cielo era limpido, stellato e la luna alta ed immensa diffondeva un chiarore uniforme su tutto il paesaggio silenzioso, riflettendosi con un bagliore argentato sull’acqua nera, sempre in movimento, ma solo lievemente increspata.
Una brezza leggera, quasi un soffio impercettibile, muoveva appena la tenda socchiusa delle ampie finestre dell’ultimo piano.
La donna dormiva il sonno senza sogno e senza tempo della metà della notte, perduta nelle profondità di un abbandono totale e fiducioso.
Ad un tratto, non avrebbe saputo poi dire come, il rumore di un passo sconosciuto la richiamò dal luogo lontano dove il suo animo era andato a riposare.
Qualcuno aveva aperto e richiuso il cancello di ferro che cigolava sempre un poco quando da più giorni non pioveva, l’aria era più asciutta e i cardini facevano attrito.
Ora il passo risuonava sull’acciottolato a rizzata del cortile, un passo pesante e sicuro, come quello di chi ha percorso un lungo cammino, viene da molto lontano e, arrivato alla meta, è impaziente di ritrovare quanto va cercando.
Sentiva salire la scala…
Poi più nulla.
La donna restò così a metà di quella certezza e sicura di essere assolutamente sola.
Il cagnolino che dormiva con lei ai piedi del letto borbottò e si agitò nel suo sogno di cacce e rincorse per prati verdi nell’erba alta, ma tutto sembrava tranquillo.
Non le fu difficile, voltatasi sul fianco, riprendere sonno.
Non sapeva quanto tempo fosse passato – un attimo, un’ora, una vita? – ma il leggero scuotersi del letto la risvegliò e, nel bagliore che veniva dalle finestre a lago, lo vide.
Era un uomo giovane, nel fiore degli anni, biondo, pareva sdraiato su una dormeuse in fondo alla stanza, eppure era ben certa che quella dormeuse non ci fosse e non ci fosse mai stata.
La donna lo osservava. Non aveva timori, non lo avvertiva come un nemico, non si sentiva in pericolo.
L’uomo indossava stivali neri, pantaloni bianchi al ginocchio, una camicia bianca, sbottonata nei primi due bottoni; era semisdraiato, appoggiato sul fianco sinistro, se ne stava silenzioso e la guardava.
Uno sguardo intenso, azzurro e addolorato.
Un viso bello con due baffi folti simile ad un ritratto ottocentesco.
Avrebbero forse continuato ad incrociare gli sguardi per un tempo infinito se l’attenzione di lei non fosse stata presa dal cagnolino che, ben desto, puntava le zampette e guardava anch’esso l’uomo, finchè, diventato più risoluto, non iniziò un abbaio strano, quasi un uggiolio.
La donna si riscosse, accese la luce dell’abatjour e si accorse che la visione era scomparsa.
Non c’era nessun uomo nella stanza, nessuna dormeuse e il cagnolino, finalmente tranquillo, scodinzolava e le veniva vicino.
Si accucciò nell’incavo del suo fianco e si riaddormentò.
La donna era turbata, perché era ben certa di quello che aveva visto e il cane lo aveva confermato, ma non riusciva a giustificare e a spiegarsi l’accaduto.
Tenne la luce sul comodino accesa e dormì fino al mattino un sonno agitato e confuso.