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Poesie e Pensieri
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Haiku

Una finestra sul lago
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Quantità o qualità, questo è il dilemma...
9 luglio 2008

Credo che serpeggi un interrogativo comune tra noi che scriviamo: è meglio una produzione abbondante ma imprecisa, frutto dell’estro del momento e che consente di fermare sul foglio l’idea, venga come venga e chi legge si arrangi a capire, interpretare e correggere; oppure è meglio pensare, elaborare e scrivere quanto si ha in testa dopo aver ben riflettuto su ciò che si mette per iscritto senza lasciare nulla al caso e all’interpretazione accidentale di chi legge?
Leggo da sempre, come tutti ormai sanno e come mi piace fare appena ho un attimo di tempo per me, non ho preconcetti sulle pagine scritte, sul loro genere, sull’autore e sull’epoca a cui appartengono.
Sono convinta che il leggere apra orizzonti e permetta di acquisire sensibilità, conoscenze, sfumature stilistiche sempre nuove.
Questo ho ricevuto come insegnamento e questo ho trasmesso.
Da quando, però, frequento gli scrittori di siti letterari e coloro che vengono comunemente definiti scrittori emergenti e che - me compresa - con ragionevole certezza non emergeranno mai, perché le probabilità tra aspiranti al titolo di scrittore affermato e le possibilità reali di essere presi in considerazione da una qualche casa editrice che veda la stoffa e decida di pubblicare sono pressocchè nulle, resto stupita dalla sfacciataggine di chi si sente invaso dal dio e pretende di essere non solo letto, ma spesso anche osannato da chi ha la sventura di prenderlo in esame.
Colpisce la mia attenzione la convinzione di chi crede che scrivere sia una attività facilissima, che prende in considerazione solo il sentimento, l’ispirazione, l’emozione o l’emotività di chi scrive e di chi legge.
Basterebbe un pensiero.
Un’idea.
Addirittura mi sconvolgono gli illusi che sono convinti di essere l’Ultimo, Grande e Vero Scrittore del mondo e dell’universo intero.
Pura fantasia.
Scrivere e scrivere bene è difficilissimo.
Non serve e non basta avere un’idea.
Si deve ovviamente averne una, ma non può mancare la capacità di raccontare, l’intuizione di anticipare le domande e soddisfare le curiosità, l’umiltà di ricercare il modo per arrivare al cuore sì, ma anche alla mente di chi legge.
Bisogna poi, nota dolente, saper scrivere.
…e non sto pensando alla frase fiorita, allo scritto altisonante…
Parlo di ortografia, di punteggiatura, di soggetto, verbo e complemento.
Perciò non mi interessa che tu sappia tutto sul sole, pretendo di comprendere quello che intendi dire senza fare lo slalom tra i tuoi errori.
Se vuoi parlarmi dei tuoi amori, fallo senza perderti in luoghi comuni che diventano oggetto di noia mortale per me lettore.
Non mi interessa nulla dei “tuoi” sentimenti, pretendo di leggere una bella cosa, ben scritta che sappia arrivare ai “miei” sentimenti.
Perché scrivo tutto questo?
Perché di recente mi sono sentita dire che sono “solo” un’insegnante, cioè, tradotto in parole povere, una mera conoscitrice di regole e regoline; scriverei poco, senza spirito e senza inventiva.
Probabilmente è così, ma una volta per tutte gradirei sapere cosa ne pensano gli amici scrittori e poeti, perché risparmierei anch’io un sacco di fatica nella rifinitura di quanto scrivo, se è solo l’idea che conta…
E gradirei anche dire che è una gran bufala, un falso ideologico, pensare e scrivere - e porre sotto gli occhi di chi, come me, rispettosamente sempre legge - che è inutile e superfluo conoscere i grandi scrittori, soprattutto del passato, perché appunto “passati”.
Se è vero che in questa epoca del consumo spinto in cui ci troviamo a vivere esistono meteore che scrivono, stampano e vendono, perché hanno visi belli, un ottimo “negro” - ovvero uno che come uno schiavo di antica memoria raccoglie le idee e dà ad esse sostanza e forma - e fans che comprerebbero anche la loro maglietta sudata e puzzolente, è vero anche che esiste il mondo a parte degli scrittori veri, colti, informati, capaci e modesti che hanno alle spalle esercizio, studio e conoscenza.
Una delle poche verità che ho imparato nella vita - e non solo dal punto di vista esistenziale - è che siamo ciò che siamo grazie alla storia che abbiamo alle spalle, anche letteraria.
E allora come si può scrivere se non si sa come altri hanno reso quell’idea, quel concetto, quella situazione, quel sentimento e se non è stato interiorizzato il gusto, il senso della parola, l’idea della sfumatura che suggerisce un’immagine piuttosto che un’altra?
A cosa servirebbe l’istruzione personale e collettiva se fosse una cosa così superflua?
Todos caballeros? oppure vestiamoci di umiltà e cominciamo ad imparare?