Favole e Racconti per ragazzi
Favole e
Racconti per ragazzi

Racconti
Racconti

Poesie e Pensieri
Poesie e Pensieri


Haiku

Una finestra sul lago
Una finestra sul lago

Racconti

Cambiare
29 maggio 2008

Mi aggiro per casa e mi stupisco io stessa considerando quante cose e cosette sono riuscita ad accumulare, conservare e ritenere necessarie nel corso degli anni.
Mi chiedo se riuscirò a difendere ancora tutto, se devo veramente decidere a cosa rinunciare, se devo cominciare la cernita, se devo regalare un po’ di me e dei miei ricordi ad altri e, se sì, a chi.
Il consiglio di famiglia si è riunito più volte, le discussioni sono state infinite, noiose, accese, infuocate, pacate, rassegnate.
La decisione finale è stata alla fine unanime e salomonica: ognuno di noi deve essere onesto con se stesso e soprattutto con gli altri.
Nessuno deve barare.
L’accordo raggiunto all’unanimità non concede più spazi di trattativa.
Ognuno di noi deve controllare la propria stanza, i propri spazi, i propri contenitori, i propri armadi e i propri cassetti, stabilendo, senza cedimenti, cosa gli è veramente necessario, cosa è veramente importante conservare, cosa fa parte del bagaglio che si vuole portare appresso nelle nuove case, senza false illusioni di poter chiedere ospitalità negli scaffali, nei cassetti, negli armadi, nelle cantine, nei box degli altri.
Ognuno è responsabile delle sue cose e, se vuole, sceglierà tra quelle comuni ciò che gli piace e che vuole tenere per sé.
Quei tre ingrati, sostenuti da quell’altro traditore mi hanno messa in minoranza.
Ed ora io mi ritengo defraudata di ogni mio buon diritto.
Capirai, lavoro semplice per loro…
I tre disgraziati hanno da giorni e giorni l’aria trionfante.
Vita nuova per loro, aria nuova, si cambia: vanno a vivere per conto loro, ognuno a casa propria, tutti vicini, ma separati, indipendenti, autonomi.
La fanno semplice.
Devono pensare solo a se stessi.
Io, invece, devo pensare per me e per tutti.
Sì, anche per il traditore che ha quell’aria di finto affetto e sufficienza, accompagnati dalla benevola frase compassionevole:
“Ma dai, non sei contenta?”.
Contenta di che?
Se ne vanno.
Porte aperte all’invasor che parte…
Visto da che “parte” hanno deciso di stare.
La sua, quella che mi costringe ora a scegliere.
La grande casa diventa complessivamente più grande, ma lo spazio viene diviso.
Ci siamo lamentati per anni, io e lui, che bivaccavano sui divani, che tornavano tardi e noi eravamo in pensiero, che facevano finta di andarsene e poi tornavano, che se ne andavano e facevano la spesa nel nostro frigorifero, che se ne stavano comodi a casa quando ormai erano tutti troppo cresciuti per non volare fuori dal nido, che se non se ne andavano loro ce ne andavamo noi….
E ce ne siamo andati veramente, da un’altra parte e ci sentivamo in fuga, innamorati, come se avessimo ricominciato una nuova vita, mentre i tre godevano di tutto quello spazio, della libertà e si organizzavano, imparavano a gestire la convivenza come un’impresa, stavano proprio bene da soli a casa nostra e continuavano a bivaccare sui nostri divani.
E allora no, ha cominciato a dire lui, basta!
Diceva che non era affatto giusto che non potessimo stare lì anche noi…era casa nostra.
Ma tutti insieme no, assolutamente.
Ognuno a casa sua, ormai.
Case nuove.
Famiglie nuove.
Grandi progetti, grandi programmi, grande futuro.
Per tutti.
Vicini, sì, ma ben separati,
Viaggiare, sì, ma poter tornare.
Andar lontano, sempre, sì, ma sapere dove è la propria casa.
Che gran guaio volersi bene….
Ed eccomi qui nel vano caldaia, dove conservo tutto ciò che era loro e che negli anni non è stato regalato alle suore dell’asilo o alle pesche di beneficenza o alle raccolte fatte a vario titolo per finanziare chissà cosa, per chissà chi, per chissà dove.
Si sono coalizzati.
E mi hanno votato contro.
Nessuno la vuole e non c’è più spazio per lei.
La mia biciclettina rossa.
Quella che il papà e la mamma mi regalarono per il mio quarto compleanno, nei primissimi anni dell’immediato dopoguerra, acquistandola di seconda mano.
E c’è quella foto, la vecchia istantanea che ha fermato la gioia infinita di me a cavalcioni proprio di quella bici piccolina, ma ancora troppo grande, con i pedali portati all’altezza delle mie gambette troppo corte da due semplici spessori di legno che papà aveva fatto apposta per me.
E mi ricordo com’ero felice…
E’ una vecchissima e gloriosissima “Gloria”, miniatura di quelle grandi, con freni a bacchetta, con le sue rotelline laterali smontate, robusta, pesante, resistente alle intemperanze dei bambini, capace di durare nel tempo come lo erano le cose di una volta, tant’è che da piccoli l’abbiamo usata tutti: io, mia sorella, i miei figli, i miei nipoti.
Eccola lì, testimone di infanzie che non ci sono più, troppo usata e troppo fuori moda per essere destinata alle gambette di un bimbo che deve imparare ad andare in bicicletta.
La guardo… e penso…
Penso alla grandezza della scatola in cui la infilerò, di nascosto da tutti loro, ripiegando il manubrio lateralmente per quanto sarà possibile, con le sue rotelline laterali legate assieme.
Chiuderò la scatola, la sigillerò con il nastro adesivo, metterò una bella etichetta e sistemerò il pacco sull’ultimo scaffale della cantina, quello dove teniamo il trenino elettrico da cui lui non vuole separarsi, perché è suo, ben conservato e gli ricorda la sua infanzia e i suoi giochi da bambino.
Scriverò: “Giocattoli di papa’: meccano, automobiline, soldatini di piombo”
Giustificherà il peso e ce ne dimenticheremo per un bel pezzo ancora….
….e sarà la degna fine per tutta questa storia… come per l’arca perduta di Indiana Jones.