Poesie e Pensieri
To kill a mockingbird
1° febbraio 2009
Pochi lo sanno, ma “To kill a mockingbird” è il titolo originale di un’opera che forse alcuni hanno letto, “Il buio oltre la siepe”.
Un romanzo che negli Stati Uniti portò al successo l’autrice Harper Lee e le valse nel 1960 il premio Pulitzer e che in versione cinematografica nel 1962 vide la magistrale interpretazione di Gregory Peck, l’assegnazione di numerosi di premi Oscar alla pellicola e la straordinaria dichiarazione dell’American Film Institute che nominò Atticus Finch, il personaggio dell’avvocato protagonista della vicenda, quale più grande eroe cinematografico del 20° secolo.
Uno straordinario film in bianco e nero per trasporre un libro che di bianchi e di neri parla, avendo come filo conduttore una presupposta violenza carnale e il processo contro un uomo di pelle nera, accusato del fattaccio ai danni di una donna bianca che ha dalla sua solo il pro del colore della pelle e tutti i contro di appartenere ad una famiglia di “poveri bianchi” del profondo sud americano negli anni bui della depressione.
Negli anni Sessanta quel libro e quel film costituirono una delle bandiere che contribuirono a mutare il modo di sentire collettivo, un grido contro la segregazione razziale, un mattone posto alla base di quel cambiamento che oggi ha portato Barack Obama al potere e gli conferisce l’onore di essere il primo Presidente Americano di pelle nera.
La vicenda ha come io narrante Scout che riporta gli avvenimenti così come li vive una bambina di sei, sette anni che si trova testimone delle azioni degli adulti e per tutta la vita, poi, le ricorda e dà ad esse una spiegazione sempre più precisa man mano che gli anni passano e le esperienze di vita le permettono di dar loro un senso ed una ulteriore sfaccettatura di significato.
Io credo che nessuno che voglia entrare a far parte del gruppo degli adulti possa esservi ammesso senza aver letto questo libro e senza aver guardato il film che affronta tutti i livelli del sentire dell’uomo, tutte le difficoltà del crescere e accettare la realtà, tutta la fatica del vivere sentendosi responsabili delle scelte e della volontà di porsi in rapporto con gli altri esseri umani.
Il tutto è descritto con maestria, levità, coraggio, sincerità, crudeltà e, sempre e comunque, con amore infinito per i personaggi che sono protagonisti della vicenda.
Perché mi è tornato in mente “Il buio oltre la siepe”?
Perché così, ad un tratto, dopo tanti anni, dopo gli innumerevoli elenchi di film preferiti che vedo comparire e stilati da adolescenti che hanno nella loro cultura cinematografico-cibernetica eroi muscolosi e belli, interpretati da attori alla moda per vicende lacrimose, spaccatutto o sessualmente infuocate?
E’ semplice.
Mi sono trovata sopraffatta da una piccola polemica innescata da un personaggio che ha con me la frequentazione di luoghi, amici e situazioni comuni.
Il busillis coinvolge diversi piani di discorso che sfociano poi in uno fondamentale: come ci si comporta, come si valuta, come ci si sente di fronte alla realtà e all’altro, quando questi cozzano col modo di essere e di pensare individuale?
Credo che sia proprio una questione di modo di essere e, quindi, di comportarsi e di agire.
Nel senso che non ci si improvvisa.
Come ci si educa faticosamente e umilmente al sapere, al decidere, all’essere una persona piuttosto che un’altra, così si impara con fatica a valutare, ad assumere un atteggiamento di responsabilità che superi la vanagloria e sappia guardare al di là della siepe, attraverso il buio del momento.
Se voglio, per esempio, comunicare il mio pensiero ad altri, non mi pongo remore: dico ciò che penso.
Non utilizzo, per questo motivo, il messaggio trasversale, perché sparando a vanvera posso rischiare di uccidere un povero passerotto, “mockingbird” nella lingua originale del libro a cui mi riferisco, che ha l’unica colpa di svolazzare intorno, trovandosi sulla traiettoria del barattolo a cui sto mirando.
…E in un’epoca in cui ci sentiamo tutti amici degli animali, crediamo che essi abbiano un’anima e che ci aspettino in paradiso, nessuno, credo, può permettersi nella nostra società di far del male a nessuno.
Tanto meno ad un passerotto.