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Poesie e Pensieri
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Haiku

Una finestra sul lago
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Pomeriggi d'estate
29 luglio 2008

Filari di ulivi dalle foglie color verde argentato emergono dai miei ricordi insieme al frinire delle cicale nei pomeriggi caldi ed assolati.
Il profumo forte dei gerani rossi si univa a quello dei fichi maturi e del basilico dalle foglie larghe e carnose, cresciuto nelle vecchie pentole smaltate che avevano conosciuto profumi di arrosti e di sughi domenicali e se ne stavano appese al muro bianco ed assolato della casa come gli anziani al sole invernale.
La siepe di rosmarino, attaccata al muretto a secco di pietre chiare venate di rossiccio, separava il giardino dall’orto dove su un lato i mandorli stiravano verso l’alto le loro braccia legnose che ogni anno riscalavo, sempre meno audacemente, per raccoglierne i frutti che aprivo uno per uno, nell’incavo grosso del secondo gradino della scalinata in pietra della cucina, con un unico colpo deciso, brandendo il peso da un chilo della bilancia che stava dietro alla tenda gialla del vecchio camino nella stanza della nonna e ormai in disuso.
Dopo il giardino c’erano il tratturo, gli oliveti, i filari di viti; più giù i campi dorati del grano ormai trebbiato e lontano lontano la striscia azzurra del mare.
Pomeriggi di estati calde, asciutte, con un cielo limpido e senza nuvole, ritmate da tempi lunghi e senza fretta e arricchite da letture serene, sdraiata sul letto della stanza in fondo al corridoio, fresca per i muri spessi e quasi in penombra.
Pomeriggi senza tempo, quando tutto si fermava e la casa cadeva in un silenzio interrotto solo dal raro passaggio di qualche auto nella strada e dall’autobus che andava e veniva ogni ora dalla stazione ferroviaria trasportando i pochi passeggeri che si avventuravano in un viaggio torrido, ma necessario.
Gli unici rumori che percepivo erano quelli delle pagine del libro che giravo leggendo, il ronfo leggero del respiro della vecchia gatta che dormiva sulla sedia impagliata, il ticchettio della sveglia che registrava il fluire degli attimi che andavano ad accumularsi da qualche parte nell’universo per poi riprendere la loro corsa allorquando l’incantesimo pomeridiano finiva.
Pomeriggi semplici, senza affanni,  pieni solo di avventure immaginate  che col passare degli anni si facevano più intricate, più cariche di sentimenti, di passioni, di dolori, di avventure.
Pomeriggi che duravano quanto il respiro caldo della giornata.
Poi Michele nel giardino a fianco, suonando la sua chitarra, rompeva quell’incanto e cantando ne iniziava un altro.