Poesie e Pensieri
Educazione!
28 luglio 2009
Leggevo con raccapriccio la notizia di questi giorni battuta dalle agenzie sul bambino di pochi anni sbranato dai cani.
Mi si rivolta l’animo per la rabbia.
Pare che i vicini di casa “proteggano” il padre e la madre dalla curiosità dei giornalisti.
Io non so quando l’informazione smetterà di raccontarci storie di letto o di rimorchi tra esseri umani di generi incerti per le vie della Capitale e comincerà a fare l’esame di coscienza sul tipo di notizie che, in ossequio o forse in spregio al diritto di cronaca, trasmette. Perché invece di megafono di pruriginosi pettegolezzi, non si fa tramite di formazione e di cultura?
Dopo due giorni di tamtam della giungla sulla caccia senza quartiere agli spregevoli possessori dei cani, ora viene fuori che il reo confesso è il fratello del bimbetto “sbranato”, che uno dei cani è stato rubato, che praticamente i cani, sono cani di famiglia.
Mi spiace molto per il bimbo morto.
Chi è madre non può che essere addolorata, pensando a cosa significhi portare in grembo un bimbo, partorirlo, allevarlo, coglierne il primo sorriso, vederlo cresce ed esplorare la vita.
Quel piccolino è un essere infelice, inconsapevole, a cui è capitata una sorte crudele.
Ma per il resto sto con i cani.
Non me ne frega nulla del parallelo terrestre in cui è capitata la disgrazia; men che meno delle attenuanti, e saranno pur moltissime, che faranno del Caino e dei suoi genitori, parenti, amici e vicini di casa, dei giustificati, grazie al solito codicillo che li salverà dalle patrie galere e dalla condanna loro dovuta.
Perché il problema è un fatto di educazione, parola che, guarda caso!, deriva dal latino “educere”, cioè “portare fuori”, quasi un salvare, estrarre dalla bestia che uno normalmente sarebbe, la persona, l’uomo che DEVE, invece, essere.
Voglio illudermi che non sia vero quanto leggo sui giornali di sottinteso addestramento al combattimento tra cani, di scommesse clandestine su questi poveri animali che nessuna colpa hanno se non quella di finire nelle mani di uomini che uomini non sono, ma pretendo di illudermi che persone così, famiglie così, comunità così, siano “costrette” ad educarsi a vivere.
Che possa esistere un sistema, o lo si possa inventare, per obbligare la folla ad essere persone.
C’è chi pensa di arricchirsi scommettendo sui cani…
Che non mi si dica che, tanto, in regioni lontane qualcuno i cani se li mangia, perché potrei rispondere che in regioni vicine c’è chi fa asportare la clitoride alla figlia, altrimenti teme di non trovarle marito, o chi ancora, e molto più vicino, non solo va a puttane, ma anche senza profilattico…
Io parlo di uomini, esseri umani, intendo, non bestie!
Che tipo di educazione abbiamo ricevuto ed impartiamo ai nostri figli?
La mia nonna diceva che ci vogliono sette generazioni per fare un signore.
Mi sono spesso chiesta cosa significasse, ma ormai mi è chiaro.
Non è il possesso di un carretto o di un’automobile, di una stamberga o di un grattacielo con aria condizionata e idromassaggio, di una candela o di un televisore con 900 canali, di una foglia di fico o di un paio di pantaloni finto-usato a vita ultrabassa con pube e natiche in bella vista che fanno l’uomo o la donna che dir si voglia, ma è la capacità di giudicare, di scegliere, di decidere, di sapere cosa è bene e cosa è male, di essere responsabili di sé, di avere il senso di appartenenza ad un gruppo con il quale si è solidali e pronti ad agire in sua difesa avendo di mira il buono.
Essere cittadini non significa credere che lo Stato ti parerà le spalle sempre e comunque, che ti farà da balia offrendoti un seno gonfio di latte ogni quattro ore per sfamarti a tuo piacimento, ma vuol dire chiederti, ogni mattina che ti svegli, cosa fai tu per far diventare migliore la comunità in cui vivi, secondo l’antico concetto di “res publica”, cioè “cosa di tutti”.
E lo Stato non è una cosa lontana da noi, vaga, una vacca da mungere a più non posso, ma l’insieme di tutti noi, che viviamo sotto questo stesso cielo e che intendiamo questa stessa lingua.
Sembra una scemenza, ma lo Stato siamo veramente noi.
E uno Stato deve essere convinto che il suo compito primario è educare chi lo costituisce.
Ecco perché non ho mai avuto pena di chi non ama sapere, chiedere, fare e farsi domande, pretendere risposte.
Lo Stato è un insieme di piccole comunità.
Non ci si può voltare dall’altra parte.
Non possiamo vivere tranquilli, sapendo che ciò che succede nella casa a fianco, non è buono, non è bene, non è morale, perché travolge il sentire di tutti, fa male, colpisce al cuore, dà la morte e lascia solo lo strazio. Il silenzio omertoso è male.
La scuola a cosa serve?
A sconfiggere la bestia che è in ognuno di noi, a farci conoscere realtà diverse dalla nostra, a metterci in comunicazione con ciò che c’era prima e con ciò che c’è adesso, preparandoci a ciò che saremo, perché non è vero, non è morale, pensare che vivremo di scorciatoie.
Cappuccetto Rosso per prima ci ha lasciato le penne.
La scuola, lo Stato e anche i mezzi di comunicazione devono insegnarlo.
Non è con la pietà del coccodrillo che se ne uscirà da queste sabbie mobili della facilona speranza di successo. E’ una specie di selezione naturale della specie.
Che sia chiaro per i ragazzi, di ogni età, quelli che maggiorenni ancora non sono e quelli che non vogliono esserlo mai.
L’uomo di Neanderthal si è estinto, perché non ha saputo o voluto cambiare.
E l’uomo di Cro-Magnon, l’Homo sapiens, l’Homo sapiens-sapiens hanno preso il suo posto.
Vediamo di non estinguerci, pensiamo in grande e oltre ad urlare i nostri diritti, compresa la pretesa di soddisfazione dell’ “esigenza” di paradisi di oblio, facciamoci parte diligente nell’adempimento dei nostri doveri.