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Poesie e Pensieri

Donna e arrabbiatissima
21 gennaio 2011

 

Mi reputo una donna pacata.

Tranquilla.

Non ho mai cavalcato estremismi di nessun genere.

Non ho nemici.

Mi piace dialogare con tutti e trovare la soluzione ai problemi prima di salire sulla barricata, perché credo che la lingua serva per parlare e non solo per attaccare francobolli.

Non ho litigato quasi mai e quando ho incontrato nullità sulla mia strada, ho trovato il modo di aggirare gli ostacoli o dar loro di lungo.

Sono una donna.

Donna – Donna.

Con la D maiuscola.

Come tutti leggo i giornali, ascolto la radio e guardo la televisione.

Da qualche giorno, però, evito notiziari e approfondimenti giornalistici; preferisco musica, film e documentari.

Grazie a uno di questi ultimi, prima di accingermi a scrivere questa riflessione, mi sono fatta una cultura sul fenomeno del russare e sul fatto che la lingua di chi russa a pancia all’aria pare che possa cadere all’indietro arrivando a provocare la morte del russatore; ho scoperto anche che i cavalli respirano l’ansia e la gioia dell’uomo, ragion per cui un buon addestratore deve dare all’animale sicurezza e fiducia sapendo che tipo di legame si stabilisce tra conduttore e cavallo.

Ho verificato che sono in grado di rispondere in modo decoroso alle domande del Milionario, tanto che riuscirei ad arrivare ad almeno trentamila euro di premio senza alcuna difficoltà e zappingando riesco ad arrivare senza errori alla ghigliottina dell’Eredità, programma trasmesso contemporaneamente, e addirittura potrei vincere il premio finale abbastanza facilmente. Un ipotetico sacco di soldi nella stessa serata.

Nel resto di queste mie giornate senza news scrivo, passeggio sul lungolago, vado a trovare la mia mamma novantunenne, mi cimento in manicaretti ambiziosi e degni di uno chef a più stelle.

Leggo anche e mi sto perdendo in una bella scrittura intitolata “I mercante dei quadri perduti” di Sara Houteling, una bella vicenda e un buon ripasso di immagini di quadri famosi che sono parte della storia dell’arte pittorica dei Primi Novecento.

Rifletto molto su di me.

Tiro le somme delle cose che ho imparato, delle passioni della mia vita e confesso che sono molto contenta della donna che sono.

In poche parole, se dovessi definirmi, direi che sono una donna fortunata, perché nella mia vita sono riuscita ad essere quella che sono senza scendere a compromessi.

Non è poco.

E’ vero che non ho un gran bel carattere e dico pane al pane senza troppo girare intorno alla faccenda.

Godo, però, di una buona educazione e riesco a dire quello che penso in maniera impeccabilmente corretta.

Riconosco che non è facile farmi da marito, da madre, da figlio, da sorella o da amica, perché non sono particolarmente indulgente.

Ma è possibile contare sempre su di me.

Ho solo studiato e lavorato, fatto la moglie, la madre, la figlia, la sorella, l’amica.

Per tutta la vita non ho mai fatto nient’altro.

Quelli che mi conoscono, generalmente, mi vogliono bene da subito.

O subito o niente.

E sono felice di essere una donna.

Penso infatti di avere un cervello di buon livello a cui si aggiungono sensibilità personale e una fortissima capacità intuitiva.

Non ho mai pensato che essere donna fosse un limite.

Sono cresciuta in una famiglia normale, ma di vedute aperte.

Non mi è mancato nulla.

Ho parecchi anni sulle spalle e ne ho viste di molti colori.

Bene.

Perché con tutte queste premesse di donna felice, mi sento a disagio e quasi in fuga dal mondo reale, io che sono nata nell’immediato dopoguerra e che ho vissuto in un periodo caratterizzato dai cambiamenti sociali e dalle conquiste di una generazione di donne Italiane come non era mai capitato prima nella storia della nostra Nazione?

Perché perfino in un giorno in cui un Alpino Italiano muore in Afghanistan nessuno, tranne sua madre, lo piange mentre noi, il suo popolo, non lo sentiamo come un figlio, un fratello, un amico che muore inseguendo un ideale, una bandiera, una professione che gli permetteva una vita decorosa?

Perché siamo distratti da storie da suburra, vere o false che siano, che di patriottico non hanno nulla e che puzzano di falsità e travisamenti?

Io che sono una madre, una moglie, una donna con una professionalità mia e che per questa ho sudato sette camicie e mi è sembrato sempre più che normale il doverlo fare, mi vedo sopraffatta dal mondo delle scorciatoie, della carriera realizzata a seconda del gruppo di appartenenza, a seconda della protezione che si è scelta di darsi, perché concedersi a cuor leggero garantisce successo, visibilità e valore.

Una donna non varrebbe, quindi, per quello che è, ma per il padrone che ha, come se fosse un mancipium, un soggetto di genere femminile in possesso di qualcun altro e asservito al suo potere, pronto a passare di mano in mano come una cosa, un animale.

Ma quali madri, quali donne hanno allevato altre donne che credono che la felicità ha radici in labbra innaturalmente gonfie, in un sedere o in un reggiseno di sesta misura riempito in modo trasbordante da mostrare ballonzolante in tv o da far valere in situazioni “personali”?

Che il punto di svolta stia nel darsi a qualcuno che spinge il carro su cui si sta sedute, invece di pensare che una buona passeggiata a piedi faccia bene alla salute?

Perché darsi a qualcuno, piuttosto che darsi a un’ideale, a una passione, a una professione?

Ci sono donne che alla voce professione scrivono: escort.

Ma forse che scriverlo in inglese cambia la cosa?

E costoro, come si dice adesso, dicono di metterci la faccia e vengono ospitate in programmi televisivi, come star della trasmissione.

Perché tutto questo mi dà fastidio, tanto da fuggire questa “realtà”?

Perché mi danno fastidio i censori che di niente si possono vantare, visto che l’onestà non è garantita dall’appartenenza, visto che da poco abbiamo finito di stracciarci le vesti su foto, filmati e considerazioni quali il fatto che andare a trans è un vizietto personale e privato?

Perché la morale, che una volta si coagulava nell’idea del senso del pudore, ci viene fatta da chi predica bene e razzola male?

Perché da qualche tempo qualche imbecille drogato o tatuato, tutto muscoli e con faccia da sberle, pur se di buona famiglia, è assurto a modello di comportamento generazionale maschile, quando non addirittura oggetto del desiderio? E perché donne con storie molto complicate sembrano divenute modelli di vita per ragazze che potrebbero contare invece su di sé, sul proprio ingegno e sulla propria energia?

Perché qualcuno ha cominciato a pensare che Cappuccetto Rosso sia un esempio positivo e non il personaggio di una favola spaventosa?

Perché il lavoro, quello semplice e onesto, sta diventando una opzione di vita desueta?

Perché noi donne di tutto questo non siamo arrabbiatissime?

Perché, noi, l’altra metà del cielo, quelle che generano, partoriscono, nutrono e allevano tutto il cielo, anche quella parte che nulla sarebbe se non cercasse giustificazioni perfino religiose per difendere diritti accampati in verità tribali, perché noi non ne siamo arrabbiatissime?

Perché camminiamo qualche passo indietro, perché accettiamo di valere meno, perché sopportiamo l’importazione, la diffusione e l’omologazione di un pensiero che ci vuol rendere solo mancipium, cioè un animale, una cosa, perché non siamo arrabbiatissime?

Perché non boicottiamo questo ciarpame culturale e comportamentale che ci seppellisce?

Impariamo a sentirci arrabbiatissime.

E che nessuno mi dica che “arrabbiato” non è corretto e che nel linguaggio colto non si dice, non esiste.

Perché noi donne esistiamo e siamo arrabbiatissime!