Racconti – La felicità

C’è un modo per essere felici?

Una ricetta particolare?

Come dire… tanto di questo, tanto di quell’altro, impasta così, fai cuocere cosà… e il risultato è una bella vita felice…

Non c’è un metodo per garantirsi la felicità?

E quando una persona è felice?

Cosa manca a me, a te, a noi per essere felici?

E cosa è, poi, la felicità?

Un concetto astratto o una realtà vera?

Uno stato di benessere o un sogno vago e mai raggiunto?

E’ possibile essere felici?

Ogni uomo ha diritto alla felicità…

E come la raggiunge? Quando è sicuro di aver raggiunto questo obiettivo?

Questo pensava Giovanni infilandosi la giacca per uscire di casa.

Un’altra giornata da vivere, un’altra serie di ore da dedicare ad altro che non era lui stesso, che non erano i suoi desideri, le sue passioni, le sue inclinazioni.

Ore in cui non avrebbe messo sé stesso al centro della sua stessa attenzione.

Forse, si diceva, la felicità è poter fare ciò che si vuole, senza freni, senza inibizioni, senza legge alcuna…

Che bello, pensava, dormire quanto avrebbe voluto, mangiare all’ingozzo, ballare senza fermarsi, amare per un tempo illimitato, cantare senza restare mai afono, leggere senza essere mai stanco e scrivere avendo sempre argomenti da raccontare….

Una vita priva di “senza” sarebbe stata senz’altro una vita felice.

Sì, ne era ormai convinto: la felicità non pone limiti e si arrovellava su questa idea, mentre saliva sull’ascensore, raggiungeva il piano terra, salutava la portinaia e si metteva in strada.

Eh… ne era proprio sicuro, la felicità era senz’altro il non dover mai fare qualcosa d’abitudinario come alzarsi la mattina per andare a lavorare.

Il lavoro non era di certo presente nella vita di un uomo felice.

Ogni mattina formulava gli stessi pensieri, le medesime considerazioni.

Poi, per fortuna tutta la sua giornata era presa dal lavoro e alla sera era così stanco che dopo cena si addormentava presto in attesa del nuovo giorno e di speranze nuove.

Camminava a passo deciso, ripensando a quanto aveva lasciato in sospeso in ufficio e svoltò l’angolo della via poco frequentata in cui abitava per immettersi nel viale trafficato che lo avrebbe portato al suo luogo di lavoro. Erano solo pochi isolati e amava camminare a piedi. Era quello il momento in cui si spogliava mentalmente dei suoi pensieri personali e indossava quelli del professionista che era: un avvocato civilista che ne vedeva di cotte e di crude durante la giornata.

In tribunale e in ufficio, infatti, diventava depositario di questioni inverosimili che i clienti gli affidavano per la difesa.

Quella mattina non era impegnato in udienze e aveva fissato un appuntamento con un amico d’infanzia, Paolo Martelli, un noto architetto locale ora imbufalito contro il mondo intero da quando il notaio lo aveva avvisato che il padre morto aveva lasciato l’eredità equamente distribuita tra lui e il gatto di casa, un bell’esemplare di persiano blu dagli occhi gialli che ora contendeva al figlio unico una cospicua fetta di patrimonio.

Poteva fare qualcosa? Poteva impugnare l’eredità? Poteva liberarsi del gatto? Poteva entrare in possesso dell’eredità? gli aveva chiesto l’amico affannato al telefono la sera prima.

Di certo Paolo non era un uomo felice.

Suo padre lo aveva equiparato al gatto, anzi, lo aveva stimato un bel po’ meno se aveva dovuto lasciare un legato così generoso per garantire all’animale il trattamento opportuno.

Di sicuro il gatto era un animale felice, ma Paolo senza ombra di dubbio era un figlio infelice.

E chissà quanto era infelice il suo anziano genitore, se non aveva potuto fidarsi del figlio affidandogli semplicemente il micio per il tempo in cui gli sarebbe sopravvissuto…

Sorridendo tra sé raggiunse lo studio e, dopo i convenevoli di rito con la segretaria, si ritirò nella sua stanza, sistemò carte e computer e si preparò all’incontro con l’amico, pronto ad ascoltare tutta la storia come gli aveva promesso.

A metà mattina Paolo, introdotto dalla segretaria, entrò nello studio recando in una mano la sua cartella di documenti e nell’altra una gabbia contenente un bell’esemplare di gatto dal folto pelo grigio, pacifico, sornione anche se evidentemente un po’ infastidito dallo strapazzo. L’uomo si accomodò su una delle poltroncine dopo aver depositato il trasportino a terra e disse tutto d’un fiato:

“ Ecco! Eccolo il mio coerede! Diciamo che ho un fratello di cui ignoravo l’esistenza. A lui la casa e a me il contenuto: mobili, quadri, argenteria e tutto il resto. Ma si può? E se mi perdo il gatto perdo tutto, capisci? Ho la vita condizionata dal gatto. Così me lo porto appresso dovunque io vada. Non sia mai che mi scappi, che gli capiti qualcosa … Perderei tutto ciò che mio padre mi ha lasciato e per il futuro anche la sua parte”. Guardò torvo l’animale: “ Aiutami”, disse rivolto all’amico, “ Ti prego, facciamo qualcosa.”

Giovanni guardava Paolo e il gatto.

Ecco un uomo infelice, pensava tra sé.

Sorrise e gli rispose:

“Sì, hai un problema… ma forse potresti anche cercare di guardare alla cosa in modo diverso.”

“E come?”

“Potresti cercare di volergli bene, per esempio.”

“Stai scherzando, vero? Non lo sopporto. Voler bene a un gatto…Anche tu vaneggi. Io ho una vita piena, sono preso da mille cose, non ho un momento libero, ci manca anche il gatto di mio padre…”

Giovanni prese coraggio e disse: “ Come tutti hai mille problemi e non hai un momento per te. Rilassati. Respira. E dì la verità: sei un uomo felice?”

“Questo cosa c’entra? “ rispose Paolo, “ Mi fai una domanda stupida. Chi mai è felice in assoluto? Ci sono momenti in cui tutto fila liscio e ci sono momenti in cui mi ammazzerei o ammazzerei qualcun altro. E’ normale. La felicità non esiste.”

“Questo lo dici tu. Perché tutti parlano di felicità e di infelicità? Credo che non se ne sia mai discusso tanto come in questi anni. Tutti alla ricerca del talismano della felicità: l’eterna giovinezza, l’amore assoluto, la realizzazione dei desideri, l’inseguimento del profitto spinto, la ricerca del paradiso perduto…Tutti a caccia di qualcosa che garantirà lo stato di grazia. La felicità, quindi è una meta, un qualcosa che è possibile, un Eldorado da scoprire o riscoprire, perché in qualche modo se ne ha memoria o desiderio…”

“E tu alle dieci di mattina te ne stai lì a pensare a questo e non al mio problema, a come tirarmi fuori”, disse Paolo guardando torvo il gatto.

“Come si chiama?” chiese Giovanni guardando per la prima volta con interesse l’animale.

“Non ci crederai, si chiama Paolino”

“Come te? Paolino il gatto e Paolo tu!”

“Incredibile, vero? Mio padre non aveva molta fantasia, quanto a nomi…”

“L’avrà chiamato come te, perché gli riempisse d’affetto le sue giornate, come forse non facevi tu…”

“E’ vero” ammise Paolo “ Non ci vedevamo molto. Sai… io sono sempre presissimo, ho pochissimo tempo libero…i miei progetti, il mio lavoro… i miei viaggi… non avevo mai un momento per lui e me ne rendevo conto, ma avevo sempre un motivo, una scusa… Ci sentivamo per telefono, quando mi chiamava per sapere qualcosa di me. Sono stato un figlio distratto. E’ questo il mio rimorso nei suoi confronti.”

“E’ per questo, allora che ha dato al gatto il tuo nome: voleva averti con sé, averti attorno. Quanti anni ha?”

E poi, alzatosi e girando attorno alla scrivania, disse: “Dai, fammelo vedere, tiralo fuori di lì. Qui non c’è pericolo, non può scappare da nessuna parte.”

Paolo mise il trasportino sulla scrivania dell’amico, lo aprì e il gatto, una nuvola di pelo grigio, stiracchiandosi con grazia ed emettendo un miagolio di approvazione, emerse dalla gabbia con quella grazia felina e distratta che hanno i gatti quando si sentono osservati.

Avanzava lento, annusando l’aria e guardando sospettoso intorno per finire vicino a Paolo strusciandosi contro la sua giacca come se fosse il suo migliore amico e non il suo competitor più grande.

“Ma è bellissimo!”, esclamò Giovanni, “ …e simpatico anche… Come fai a non volergli bene a non accettarlo della tua casa e nella tua vita quale compagno delle tue ore libere, libere da tutto, intendo?”

Paolo gli fece una veloce grattatina dietro le orecchie.

“Io non ce l’ho con lui in quanto gatto, ce l’ho con lui in quanto coerede, quasi fratello, ladro del nome e antagonista nel cuore di mio padre…E non riesco a sopportare l’idea che mio padre abbia pensato di redigere un testamento come quello che il notaio mi ha letto, quasi che non si fidasse di me, come se fossi un bruto che non avrebbe avuto cura del suo gatto!”

Giovanni capiva quali fossero i sentimenti del suo amico e cercò di confortarlo.

“Prova a guardare tutta questa vicenda sotto una prospettiva diversa. Prendila come una occasione di felicità che tuo padre ti ha lasciato. Ti sapeva sempre troppo preso dalle tue cose e ti ha costretto in qualche modo a concentrarti su qualcosa d’altro, di vivo, che ha bisogno di te. Sei fortunato, non ha pensato a un cane che ti avrebbe seguito come un’ombra e sarebbe dipeso da te come un bambino, ti ha regalato, invece, un gatto, un animale dallo spirito libero, ma ha scelto un persiano che è tranquillo d’indole, buono, riservato e necessita solo di una bella spazzolata per rendergli il pelo lucente e setoso. Lo troverai a casa la sera quando torni, ti farà compagnia nei tuoi momenti di relax, si siederà sulle tue gambe e si farà coccolare. Non vedi che per una grattatina che gli fai è già pronto a regalarti tutta la sua attenzione?”

“Ma mio padre gli ha lasciato la casa, capisci? L’erede della casa è lui!”

“Sì, ma tu hai tutto il resto e sono sicuro che vale molto di più dell’appartamento in cui tuo padre viveva. Era un appassionato collezionista di fotografia d’autore e, allora… sii sincero con te stesso: la casa è una bazzecola rispetto “al resto” di cui ti lamenti. Era solo un modo per farti riflettere anche sulla poca attenzione che gli prestavi. Se vogliamo è la sua piccola rivalsa. Non ti fa male, Paolo, imparare qualcosa e scoprire che la vita è molto più semplice di quello che pensi, che donare attenzione e affetto a qualcun altro è doveroso.”

Paolo taceva.

Aveva creduto di poter fare chissà cosa per liberarsi del gatto e non si rendeva conto che lo stava accarezzando mentre faceva le fusa e la sensazione non era affatto spaicevole.

Di cosa si stava lamentando, quindi?

Poteva prendersi cura dell’animale e godere della sua compagnia.

“Dai, Paolino, entra in cuccia, ti riporto a casa, lì prendiamo le tue cose e poi vieni con me, il mio giardino è a tua disposizione: erbetta e tanto spazio per andare a caccia di tutto quello che vuoi. Dai, Paolino, muoviti.”

Incredibilmente il gatto aveva capito. Con regale eleganza aveva preso posto sul cuscinetto del trasportino e con un miaaaooo compiaciuto si era accomodato.

Aveva un nuovo padrone. Gli piaceva e si sentiva di certo felice.

Paolo, accomiatandosi da Giovanni, sorrideva.

Le parole dell’amico lo avevano tranquillizzato.

Suo padre aveva voluto, a suo modo, farsi ricordare lasciando al figlio un ricordo originale di sé. Non aveva mai smesso di volergli bene, nonostante la sua presenza saltuaria e Paolino, una specie di altro Paolo, ne era la prova.

Quando l’amico uscì dal suo studio, Giovanni si rese conto di sentirsi un po’ più felice di quando lo aveva accolto. Le sue argomentazioni erano state accettate.

La felicità, pensava, è un insieme di momenti in cui ci si rende conto di essere sereni.

La felicità non è l’euforia.

Non esiste una grande felicità, ma ci sono tanti piccoli momenti di serenità cosciente che si susseguono e trasformano una giornata normale in una giornata felice.

 

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