Favole e Racconti per Ragazzi – La forza delle parole

Papà era giardiniere e faceva un lavoro faticoso, ma non si tirava mai indietro, perché lo faceva per noi: per me, per la mamma e per mia sorella Clara che aveva un anno più di me e mi trattava come un moccioso.
Voleva che studiassimo.
Pensava che questo ci avrebbe permesso non solo di sapere molte cose, ma anche di aspirare ad una vita più sicura di come capitava a noi che dipendevamo dalla benevolenza dei signori Tremendissimi, dei Gallina, dei Parapiglia e di quanti gli chiedevano di lavorare per i loro giardini.
Già…
Ma io allora ero un po’ discolo e mi piaceva molto giocare a pallone, correre dietro al mio aquilone, andare a pescare nel fiume che scorreva vicino casa.
Ecco perché avevo preso quel brutto voto: non avevo studiato per la verifica di storia e di quel tal Garibaldi non ne sapevo niente.
Non sapevo.
Punto e basta.
Papà era stato chiaro: quel pomeriggio sarei andato a lavorare con lui, lo avrei aiutato e sarei entrato nel giardino di quei tizi dal cognome impossibile, i Signori Tremendissimi di Valpaura.
In paese si diceva che nascondessero qualcosa di davvero terrificante oltre l’alta muraglia di recinzione di casa loro. Alcuni ragazzi si vantavano di aver cercato di scalarla e di aver visto dalla sommità un bambino con tre teste legato ad una catena che miagolava come un gatto e che al posto delle dita aveva unghie lunghe quanto una mano.
Qualcuno giurava di aver visto da lontano una macchina cigolante che tagliava in due di chi si introduceva nella villa di nascosto.
Io credevo che fosse vera la storia del pozzo in mezzo al giardino, infestato da serpenti così lunghi che potevano uscire all’improvviso e attorcigliarsi alle gambe di chi passava vicino.
Erano tutti racconti brutti ed io avevo paura.
Così, finito il pranzo, mi alzai dalla sedia di malavoglia e pensai che forse mio padre volesse sbarazzarsi di me.
Che altro significato poteva avere quello che mi aveva detto all’inizio del pranzo:
“Hai preso un altro brutto voto?
Mi deludi, Marco.
Vuol dire che oggi verrai con me.”
Cosa doveva farsene, pensavo, di un figlio che non studiava e ripagava tutte le sue fatiche con brutti voti?
Mi sentivo in colpa.
Clara mi aveva ignorato, la mamma mi aveva raccomandato di ubbidire e mio padre aveva detto:
“Sbrigati e portati un cappello; c’è sole, avrai caldo”.
Eravamo partiti da casa a bordo del suo camioncino con il tagliaerba e tutti gli attrezzi di lavoro.
Quando giungemmo davanti a casa dei Tremendissimi con un cancellone nero, di ferro, che non lasciava vedere all’interno del giardino, papà scese per aprirlo e a me vennero i brividi.
Entrammo.
Io che tremavo come una foglia, restai stupefatto.
Mentre avanzavamo sulla ghiaia del vialetto rimasi colpito dalla bellezza dello spettacolo che mi apparve.
Vedevo aiuole verdi rasate di fresco che si alternavano a siepi di arbusti fioriti e a zone ombrose con alberi svettanti che lasciavano fluttuare le loro chiome alla brezza di primavera.
Un mare di colori e di profumi mi accolse, mentre scendevo titubante dall’automezzo.
Non vedevo esseri a tre teste miagolanti né pozzi pericolosi né tanto meno ghigliottine.
Mi rassicurai.
Papà mi disse:
“Marco, aiutami!
I padroni di casa sono partiti per il fine settimana e la loro cagna ha avuto una bella cucciolata.
Controlliamo madre e piccoli e puliamo la cuccia”.
Seguii mio padre, curioso.
Sul retro della casa, nel box, vidi la grossa cesta con un bel cane che allattava sei cuccioletti dal pelo scuro, con la punta delle zampine e del musino chiari.
“Stai attento! Avvicinati piano e con rispetto.
Stammi vicino e te li farò accarezzare”.
Poco dopo passavo la mano sul pelo caldo e morbido dei cagnolini.
Era una sensazione bellissima.
Mi sembrava che aspettassero solo me per farsi toccare dolcemente.
Quando papà mi suggerì di riempire la ciotola dell’acqua e come fare per quella del cibo, non esitai un momento e feci tutto per bene.
Poi insieme controllammo il prato per vedere se l’impianto di irrigazione aveva funzionato a dovere e trapiantammo nei vasi alcune piantine che erano in una cassetta a bordo del camioncino di papà.
Intorno alle quattro papà mi chiese se avessi fame e volessi far merenda; io risposi di sì.
Mentre mangiavamo il panino che la mamma ci aveva preparato, papà mi fece quel discorso che non ho più dimenticato.
“Ti ho portato con me oggi, perché volevo che tu vedessi come guadagno ogni giorno i quattrini che servono per la nostra famiglia.
I soldi non crescono sugli alberi, lavorare e guadagnare costa fatica.
Sei stanco, vero?
Anch’io lo sono alla fine di ogni giornata.
Questo è il mio lavoro, sono contento di averlo e lo faccio al meglio che posso, perché voglio che chi mi paga, sappia che può contare su di me.
Andare a scuola è il tuo lavoro.
Devi imparare a farlo bene, perché sei tu che paghi per te stesso.
Te ne accorgerai da grande.
La scuola non è tempo perso né divertimento e basta.
E’ il momento in cui i ragazzi si preparano per quando saranno adulti.
Lo so che ti sembra un tempo lontano, quasi una cosa che capiterà ad un altro, ma quell’altro sei proprio tu.
Devi imparare che il compito che ti viene affidato, deve essere fatto bene.
Tu sei fortunato, perché ci sono state epoche in cui i bambini come te lavoravano duramente e vi sono nazioni in questo avviene ancora oggi.
Andare a scuola è come costruire una casa fatta di tanti mattoncini che sono le conoscenze che ogni giorno acquisisci e che ti serviranno da grande”.
Rimasi stupito.
Non avevo mai pensato alla scuola in questo modo.
Papà con le sue parole semplici mi aveva fatto pensare ad essa in modo nuovo.
Quel giorno ho anche scoperto che le parole possono cambiare la vita delle persone.
La mia è cambiata.
Mi sono appassionato alle parole, ne ho compreso il significato e la forza e sono diventate il mio lavoro di scrittore che scrive fiabe, come questa.
Ho scoperto che “tremendo ” deriva dal verbo latino “tremere” che è il modo in cui i Romani indicavano la conseguenza dell’avere freddo o aver paura, come ne avevo avuta io per tanto tempo, e “paura” deriva dal latino “pavor” che significa paura, ma è anche collegato all’idea di pavido, fifone, come lo ero io a quell’età.
Ormai le parole non mi fanno più paura.
…A proposito… negli anni ho poi conosciuto Mariella Tremendissimi, una bella ragazza bionda e gentile.
Ci siamo innamorati e finita l’università ci siamo sposati.
Ecco a che serve andare a scuola e studiare: senza alcun dubbio ad imparare e, talvolta, anche a conoscere la donna della propria vita…

 

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